Il Cimest: liste di attesa in Sicilia: un sistema che non funziona e che spreca risorse
Il Cimest: liste di attesa in Sicilia:
un sistema che non funziona e che spreca risorse
Secondo il
Coordinamento Intersindacale Medicina Specialistica di Territorio si tratta di
uno spreco di risorse pubbliche e si spingono i cittadini verso le prestazioni
a pagamento. Possibili profili di inefficienza e danno erariale. Una sanità che
arretra nei livelli essenziali di assistenza
«In merito alle recenti dichiarazioni rilasciate dall’Assessore
regionale alla Salute, secondo cui le direttive nazionali avrebbero subordinato
le risorse per l’abbattimento delle liste di attesa esclusivamente al “regime
pubblico”, riteniamo necessario chiarire alcuni aspetti fondamentali che
riguardano l’organizzazione del sistema sanitario». Lo affermano il presidente del Cimest (Coordinamento Intersindacale
Medicina Specialistica di Territorio) Salvatore Calvaruso e i coordinatori
Domenico Garbo e Salvatore Gibiino.
«Nel
Servizio sanitario nazionale – continuano i tre medici - il concetto di “pubblico” comprende sia le strutture pubbliche a
gestione diretta sia le strutture private accreditate, che operano
nell’ambito del sistema pubblico e sono finanziate con le stesse risorse
destinate all’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Questo
principio è chiaramente stabilito dalla normativa che disciplina il sistema
sanitario italiano, tra cui la Legge 833/1978 e il Decreto Legislativo
502/1992, che prevedono l’integrazione tra erogatori pubblici e soggetti
privati accreditati nell’ambito del Servizio sanitario nazionale».
In buona
sostanza, tale sistema è finalizzato a
garantire il diritto alla tutela della salute sancito dalla Costituzione
della Repubblica Italiana e ribadito dalla Legge 5/2009 della Regione Sicilia
che stabilisce 40 milioni per abbattere
le liste di attesa: ma le liste non si sono ridotte.
Per il
2025 infatti sono stati stanziati 40 milioni di euro con l’obiettivo dichiarato
di ridurre le liste di attesa. Tuttavia, i tempi di accesso alle prestazioni
sanitarie continuano a raggiungere in molti casi diversi mesi, arrivando anche
a 8 mesi di attesa per alcune prestazioni diagnostiche se non il 2027.
Dalle
deliberazioni delle Aziende Sanitarie Provinciali — sostanzialmente identiche
tra loro — emerge che gran parte di queste risorse viene destinata alla
remunerazione di prestazioni aggiuntive degli specialisti ambulatoriali
interni.
A titolo
esemplificativo, la deliberazione dell’ASP di Catania prevede: circa 80 euro
l’ora per lo specialista, circa 40 euro l’ora per il personale infermieristico,
circa 40 euro l’ora per il personale amministrativo.
Il costo
complessivo raggiunge quindi 160 euro per ogni ora di attività aggiuntiva. Se
si considera che, secondo i tempi standard del sistema pubblico, per un
elettrocardiogramma sono previsti circa 20 minuti, in un’ora vengono effettuate
mediamente tre prestazioni.
Questo
significa che tre elettrocardiogrammi costano
nel pubblico al sistema sanitario circa 160 euro.
Le stesse prestazioni, se erogate nel privato accreditato
nell’ambito del Servizio sanitario, vengono remunerate mediamente circa 33 euro
complessivi.
Con le
stesse risorse pubbliche sarebbe quindi possibile erogare un numero di
prestazioni molto più elevato, riducendo realmente le liste di attesa.
Il paradosso del sistema: liste lunghe e
ricorso alle prestazioni a pagamento
Il Piano
Regionale di Governo delle Liste di Attesa (GURS 18/2009) prevede diverse
modalità per intervenire quando i tempi di accesso diventano eccessivi:
1. prestazioni aggiuntive degli specialisti interni;
2. ricorso all’attività libero professionale intramoenia (ALPI);
3. attivazione dei cosiddetti “percorsi di tutela”, che prevedono
il coinvolgimento delle strutture accreditate (GU 18/2009).
Il quadro
normativo è disciplinato, tra gli altri, dal Decreto Legislativo 124/1998.
Tuttavia,
nella pratica sembrerebbe, è un eufemismo, che le Aziende sanitarie abbiano
privilegiato esclusivamente le prime due modalità, che risultano anche le più
costose per il sistema.
La terza
opzione — quella che coinvolge le strutture accreditate e che consentirebbe di
aumentare significativamente l’offerta di prestazioni — viene di fatto
utilizzata raramente o non attivata affatto.
Il risultato: i cittadini pagano di tasca
propria
Il
risultato di questo meccanismo è evidente. Di
fronte a liste di attesa di molti mesi, il cittadino ha spesso una sola
alternativa: pagare di tasca propria la prestazione sanitaria, spesso
proprio attraverso l’attività libero-professionale intramoenia svolta
all’interno delle strutture pubbliche ed addirittura pubblicizzate nei CUP e
SovraCUP, ove sono presenti anche le Agende delle Aziende denominate ALPI
(Attività Libero Professionale) i cui operatori del CUP possono indirizzare a
pagamento i cittadini se trovano lunghe liste di attesa e se hanno urgenza ad
eseguire quella determinata prestazione.
I dati
pubblicati dalle stesse aziende sanitarie mostrano volumi economici rilevanti:
·
ARNAS Garibaldi: circa 6 milioni di
euro annui di prestazioni ALPI,
·
Policlinico San Marco: circa 1,1
milioni di euro a trimestre, pari a oltre 4,5 milioni annui,
·
ASP di Catania: circa 3 milioni di
euro annui.
E mancano
i dati degli altri 6 ospedali operanti nella Provincia di Catania.
Nel
complesso, nella sola provincia di Catania i cittadini avrebbero speso,
impoverendosi, oltre 20 milioni di euro nel 2024 per prestazioni sanitarie che
dovrebbero essere garantite dal Servizio sanitario nazionale (purtroppo non
sono stati pubblicati per intero i dati del 2025 che ovviamente saranno
superiori)
Una situazione ancora più grave se si considera che circa 800 mila
siciliani rinunciano alle cure per motivi economici.
Possibili profili di inefficienza e danno
erariale
Alla luce
di questi dati, appare legittimo chiedersi se l’attuale modello di gestione
delle risorse destinate all’abbattimento delle liste di attesa sia efficiente
ed economicamente sostenibile.
L’utilizzo
prevalente delle modalità più costose, a fronte della mancata attivazione di
strumenti meno onerosi previsti dalla normativa, potrebbe infatti configurare
profili di inefficienza nell’impiego delle risorse pubbliche e, nei casi più
gravi, anche potenziali ipotesi di danno erariale, materia di competenza della
Corte dei conti.
Una sanità che arretra nei livelli essenziali
di assistenza
Le
criticità del sistema sanitario regionale sono confermate anche dai dati
pubblici presentati dal
Presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta,
che collocano la Regione Siciliana:
·
terzultima
nell’area distrettuale,
·
penultima
negli adempimenti dei LEA,
·
ultima
nell’area della prevenzione.
Conclusione
Di fronte
a questi dati è inevitabile porsi una domanda semplice: esiste davvero un interesse concreto del sistema sanitario regionale a
ridurre le liste di attesa?
Perché se
i cittadini continuano ad aspettare mesi per una prestazione pubblica, ma
possono ottenerla immediatamente pagando, il rischio è che si stia
progressivamente trasformando un diritto
garantito dalla Costituzione in un servizio accessibile solo a chi può
permetterselo.

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